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L'economia all'idrogeno è meno 'verde' di quanto previsto


Secondo uno studio, dalle emissioni di idrogeno molecolare delle celle a combustibile alimentate con questo gas potrebbero derivare danni alla fascia di ozono
L'economia all'idrogeno come strada maestra per salvare l'ambiente. Questo slogan, diventato quasi un assioma, viene ora messo in crisi da uno studio pubblicato su Science, che rileva i potenziali impatti ambientali di questa tecnologia, non così 'verde' come si è pensato finora. La diffusione mondiale di cellule combustibili ad idrogeno, rileva infatti la ricerca, guidata da Tracey K. Tromp del California institute of technology, potrebbe avere impatti ambientali finora sconosciuti causati dalle emissioni di idrogeno molecolare (H2), come ad esempio l'incremento dell'abbondanza di vapore acqueo nella stratosfera. Ciò causerebbe un raffreddamento stratosferico, con un aumento delle reazioni chimiche che distruggono l'ozono, un incremento delle nuvole nottilucenti (nubi altissime, fino a 95 km, che appaiono luminose sullo sfondo oscuro del cielo) e cambiamenti nella chimica della troposfera e nelle interazioni tra atmosfera e biosfera.

Le celle combustibili a idrogeno, che producono energia dall'ossidazione controllata di idrogeno molecolare, sono considerate un'alternativa ecologicamente sostenibile ai combustibili fossili sulla quale la comunità scientifica e le imprese stanno riservando una sempre maggiore attenzione. La diffusione di questa tecnologia, che produce soltanto acqua durante la combustione, dovrebbe infatti determinare riduzioni sostanziali nello smog urbano, da fuliggine, ossidi di azoto e di zolfo, ma essa potrebbe avere impatti dovuti alle emissioni di idrogeno molecolare.

L'idrogeno molecolare è un importante costituente dell'atmosfera e partecipa ai cicli chimici atmosferici di acqua, vari inquinanti e gas serra. Un sistema perfettamente efficiente di produzione, trasporto ed ossidazione dell' idrogeno non dovrebbe comportare alcuna emissione di H2 (sarebbe tutto ossidato in acqua). Ma, sulla base dell'esperienza maturata con tecnologie associate al trasporto di gas naturale, sembra probabile che i sistemi di produzione, stoccaggio e trasporto di H2 comporteranno perdite in atmosfera. La grandezza di queste perdite dipenderà naturalmente dagli sforzi fatti per contenerle, spiegano i ricercatori, ma ragionevoli proiezioni indicano che potrebbero essere nell'ordine del 10%-20%. Tenendo presente questo numero, se tutte le attuali tecnologie basate sulla combustione di petrolio o benzina fossero sostituite da quelle ad idrogeno, le emissioni antropiche di H2 sarebbero da 4 a 8 volte maggiori di quelle attuali.

L'incremento di idrogeno molecolare avrà parecchie conseguenze indirette, incluse più basse temperature stratosferiche. Temperature più fredde dovrebbero creare più nuvole stratosferiche polari, influenzare il vortice polare e determinare un buco dell'ozono piu' profondo, largo e persistente. In particolare, secondo il modello messo a punto dagli scienziati, i vortici polari saranno da 5 a 8 giorni più lunghi quando c'è un calo della temperatura di 0,5 gradi. Un vortice più freddo e che dura più a lungo causa una più consistente perdita di ozono. Le previsioni indicano così che le emissioni di origine umana di H2 potrebbero sostanzialmente annullare il recupero dello strato di ozono che previsto come risultato dalla regolazione delle emissioni di clorofluorocarburi.
25 giugno 2003



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