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Trovata a Mosca la tomba di Adrei Rubliov


Il sarcofago del "Giotto ortodosso" era andato perduto da quasi sei secoli; ora gli scienziati tenteranno di dare un volto all'artista considerato il padre dell'iconografia russa
Dipinse il volto di Dio, forse ora gli scienziati potranno dare un volto a lui: a quasi sei secoli dalla morte, è stata ritrovata nel centro di Mosca la tomba di Andrei Rubliov, il grande maestro dell'iconografia ortodossa la cui importanza nella storia della pittura può essere paragonata a quella dell'italiano Giotto.
Gli esperti non hanno dubbi: sotto l'altare della cattedrale Spasski, nel monastero di Andronic, si celava il sepolcro del monaco che fu il più alto interprete dell'arte sacra russa, la cui ascetica e misteriosa vita è stata celebrata recentemente in un film del regista Andrei Tarkovski.

Il monastero è in restauro dal 1992, e negli ultimi anni sono emerse le sepolture di diversi monaci illustri: nel corso di uno di questi scavi, è venuta alla luce, proprio sotto l'altare principale, una cripta nella quale c'erano due corpi, che gli archeologi hanno identificato come quelli di Rubliov e di un altro grande dell'epoca, il discepolo Danil Ciorni.

Artefice dell'importante ritrovamento è l'archeologo, antropologo e scultore Serghei Nikitin, fra l'altro il maggior esperto russo nella ricostruzione dei lineamenti a partire da un teschio: ''Mi cimenterò ora con Rubliov. Il cranio è conservato perfettamente, e siamo tutti curiosi di conoscere le fattezze dell'uomo che ha saputo disegnare la Santa Trinità'' (nella foto), ha detto ricordando l'opera forse più nota del maestro. ''E pensare - ha aggiunto - che per arrivare a lui ho dovuto battezzarmi. Altrimenti non avrei potuto avvicinarmi all'altare della cattedrale''.

La posizione dei resti di Rubliov, se la loro identità potrà trovare conferma, avalla una delle tante teorie su una vita della quale si sa pochissimo, totalmente ammantata dalla leggenda: che fosse di famiglia nobile e che per vocazione avesse rinunciato a un'esistenza di lusso per abbracciare la via monastica.
Nascite più oscure gli avrebbero infatti vietato la collocazione sotto l'altare, al di là dei meriti artistici, e difficilmente avrebbe potuto avere accanto il suo discepolo favorito, Ciorni. I due affrescarono insieme il monastero di Adronic agli inizi del XV secolo, e terminarono i loro giorni fra quelle mura. Peraltro,a sostegno di un'origine nobile di Rubliov c'è anche il fatto che sia stato uno dei pochissimi pittori di icone a poter essere ricordato col suo vero cognome: gli altri avevano diritto unicamente a un soprannome.

Dei suoi dipinti, sia nel monastero che altrove, poco è rimasto e non tutto scevro dai dubbi di attribuzione, dato che le icone non possono venire firmate: sono veicoli del divino, e prima di realizzarle, l'artista (sempre un monaco, o comunque qualcuno appositamente benedetto dalla chiesa ortodossa) deve sottoporsi a digiuni massacranti e prolungati, fino all'''illuminazione''. L'opera allora appare nella sua completezza, e diviene strumento di miracoli.

La maggior parte dei dipinti di Rubliov è andata perduta, a causa dei secoli, ma anche degli eventi: peraltro, la lunga ricerca della sua sepoltura si deve a una di queste calamità, l'invasione napoleonica di inizio '800 che portò all'incendio di Mosca. Gli archivi del monastero, che forse contenevano documenti preziosi sul monaco pittore, furono distrutti.
E un'altra calamità aveva già turbato in passato l'ultimo riposo del maestro: secondo la leggenda, era stato inizialmente sepolto sotto un campanile che però crollò. Per evitare che la tomba venisse calpestata dai passanti, fu spostata, e se ne perse la memoria.
Oggi rimangono la bellissima Trinità, esposta nella galleria Tretiakov, alcuni affreschi nel monastero Andronic, la Madonna di Vladimir (città 400 chilometri a est di Mosca) ora conservata nel Cremlino e la cui attribuzione resta dubbia (la tradizione vuole fosse dipinta da San Luca), delle figure di santi, una parte di iconostasi conservata a Sergiev Posad, l'equivalente russo del Vaticano a un'ottantina di chilometri da Mosca.

E se queste opere sono sopravvissute, il merito va a una coraggiosa curatrice che osò opporsi alle devastazioni dell'epoca comunista, Natalia Diomina.
La storia è raccontata dal direttore del museo Rubliov di Mosca, Ghennadi Popov: ''Era l'epoca, terribile per l'arte sacra, di Nikita Krushev, quando si volevano abbattere tutte le chiese e distruggere le icone. Si era arrivati vicini a radere al suolo la città di Susdal (un complesso di epoca medioevale ancora quasi intatto, a circa 350 chilometri da Mosca) per impiantarvi un allevamento di polli. Per fermare una tale pazzia occorreva una idea pazza: e Natalia l'ebbe.
Coinvolse parte dell'intellghenzia, fra cui lo scrittore Ilia Erenburg, in una sorta di complotto. Era il 1959: si decise di sancire, del tutto arbitrariamente, che Rubliov era nato nel 1360, per poter coinvolgere l'Unesco e altre organizzazioni internazionali nelle celebrazioni di un fantomatico seicentesimo anniversario.
Arrivarono talmente tanti telegrammi, che Krushev dovette fare marcia indietro".

05 maggio 2006



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